Esperienze illustrate

La mia prima esperienza di maternità e l’infermiera indisponente

Quando è nato Gabriele, il mio super-meraviglioso primogenito, sono andata in panico.

L’infermiera antipatica di turno ha fatto il suo ingresso trionfale trascinando una culletta con le sbarre che ho immediatamente associato alla navicella in cui i genitori di Superman lo avevano piazzato in fasce prima dell’esplosione del pianeta.

Io, sul letto con lavaggi, catetere e dolori, morivo dalla trepidazione di scoprire il bambino che per nove interminabili mesi mi aveva scalciato nella pancia, ma l’infermiera mi ha bloccato e, sfoggiando un sorriso da fattucchiera, ha sentenziato: «Signò, stai ferma che si scuce tutto quanto!»

baby-gabrieleMi ha rimbalzato sul cuscino, ha preso in braccio Gabriele e lo ha esibito a mia madre come un trofeo: «Nonna, guarda che rubacuori!» ha starnazzato come un clacson, poi ha passato in rassegna le altre tre persone ricoverate in stanza, masticando a bocca larga la sua gomma fruttata. Io ero digiuna e sveglia da 48 ore con tutti e cinque i sensi amplificati a parabolica: «Scusi…» le farfugliavo appresso mentre lei di spalle mi sfrattava con la mano.

Terminato il giro turistico, l’infermiera si è affrettata al mio lettino e, senza neanche guardarmi, mi ha rovistato nello scollo, mi ha strizzato un capezzolo e incollato a ventosa la bocca del bimbo sul seno. «Mia figlia è un po’ timida» ha dichiarato mia madre che, invece di difendermi dalle barbarie dello scaricatore di porto travestito da infermiera, cercava di giustificare la mia riluttanza.

In un baleno si sono dissolte la rabbia, l’impazienza e l’inquietudine, svuotandomi la testa e il cuore. Eccolo qui il mio bambino che mi calzava a pennello sul torace, che respirava a sbuffo come una locomotiva in una piovosa mattinata di ottobre.

Gabriele mi ha guardata dritto negli occhi e in barba ad ogni stereotipo era già indispettito: da un lato c’ero io che desideravo godermi ogni secondo del nostro primo incontro, osservando me stessa attraverso la dissolvenza delle melodrammatiche aspettative di una neo-mamma, e dall’altro lato c’era lui che soffriva dell’avidità famelica delle bestioline selvatiche.

«Solitamente durante i primi giorni di vita, i neonati dormono per molte ore, quindi sveglialo tu per mangiare», mi ha consigliato l’infermiera prima di congedarsi e mi è sembrato di cogliere nella sua voce l’eco tipica delle predizioni.

E fu così che Gabriele stette sveglio per 5 ore di fila, nel tentativo di spremere la sua mamma-mucca fino all’ultima goccia.

Da quel giorno sono iniziate le mie rocambolesche avventure con un corollario di consigli non richiesti e truppe di mangiatori di confetti che contestavano la capienza del mio seno, di irruzioni in culla per controllare il respiro e di annebbiamento durante quelle giornate in cui sopravvivi soltanto per il tuo istinto di auto-conservazione. Molti vivono la maternità come una rinascita, nella mia esperienza è più simile ad uno di quei viaggi di esplorazione in cui devi rispettare ritmi da caserma, mangi in piedi nei villaggi e ti concedono solo due pause giornaliere per la pipì.

Per fortuna però ho imparato a costruire altissime torri di mattoncini e stupefacenti scenari di plastilina, ho assaporato deliziosi infusi di acqua fritta in minuscole tazzine di plastica e ho subito feroci battaglie di cuscini nel lettone. Un viaggio sorprendente, dunque, con l’effetto collaterale del mal d’ansia.

E tu come hai vissuto la tua maternità?

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Ti aspetto ogni martedì sul blog per condividere con te le mie storie creative di vita quotidiana e nel frattempo ti auguro sogni profondi e inaspettate avventure, Ines

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